Perché sono un geometra dell’informazione

 

Geometra dell'informazione in azione

Open Design Italia 2013 (Ph. Giacomo Brini)

Stefano Bartezzaghi parla della

propensione enigmistica della lingua a rendersi autonoma alla prima occasione

Quando ho letto questo, ho capito molto di me, di come lavoro, del perché faccio il mio lavoro, di come parlo e scrivo, di cosa scrivo.

Io raccolgo (meglio: accolgo), elaboro e butto fuori. E in questo sono molto bio.

Non creo, così come in natura non esiste la creazione, ma la ri-creazione, la perpetua trasformazione. Quello che voglio dire è: non invento nulla di originale.

Mi capita di riassemblare parole che a un certo punto, insieme, fanno una frase che del tutto casualmente si ricompone in qualcosa di diverso, in un modo che – quando va bene – rappresenta un discorso che contiene una contraddizione interna. Ciò che risponde alla definizione di ironia.

Ma non è creazione di qualcosa di ironico: è avvenimento, di qualcosa di ironico. Io poi inciampo su queste cose e mi accorgo che possono avere un senso, anzi, più di uno. Ad esempio:

le case molto vecchie hanno soffitti a volte

ha almeno un paio di piani di lettura; chi ha la benevolenza di leggerli entrambi magari apprezza la piccola acrobazia linguistica. Che non è una mia acrobazia, ma, appunto, della lingua stessa. Io l’ho raccolta, come si raccoglie la mela matura che cade dal pesco. OGM: OMG!

Però adesso capisco anche perché mi riesce congeniale fare il lavoro di architetto geometra dell’informazione: invece delle parole, vedo girare in modo convulso concetti, temi, argomenti, persone, obiettivi, numeri, che a un certo punto assumono in modo autonomo – come la lingua di Bartezzaghi – un senso compiuto.

Lì in realtà la faccenda è necessariamente un po’ meno guidata dal caso. Il processo per cui si chiama a sé l’universo delle cose a cui dare ordine è più scientifico, direi ingegneristico. Forse fisico, nel senso della fisica: un big bang al contrario, uno gnab gib. Nulla di wow, ma un metodo certosino e vagamente pedante per non lasciarsi sfuggire nulla. Solo quando tutto è sul tavolo – e l’abilità di cercare tutto è il vero talento, la vera competenza – allora puoi mollare le briglie e lasciarti inciampare nelle intuizioni. Di cui ti prenderai volentieri il merito, ma sappi che sei stato solo un ricettore, un’antenna, un silo, un bacino in cui le cose piovono.

È un lavoro meraviglioso, soprattutto per chi come me non ha l’indole di dare ordine alle proprie cose, alla propria casa, ai propri casi, e lì trova una rivincita infinita: quella di apparire una personcina razionale e ordinata, qualcuno con una logica.

Non voglio con questo dire che sia un lavoro per tutti, anche perché devo conservare una rendita di posizione. Però se hai non dico la curiosità, ma almeno la permeabilità, l’indolenza, dài, di lasciarti attraversare dalle cose e trattenerne un odore, una percezione, ascoltare gli altri con un interesse sincero, fisiologicamente sincero, cioè: ascoltarli per ascoltare, orecchie timpani e testa, non per rispondere (citazione di qualcuno che non ricordo, sorry), allora hai quella conformazione spugnosa che, sapientemente strizzata, spurga ordine dal caos.

Anzi no, ché l’ordine è la virtù dei mediocri: quello che esce è un senso.