Distinti Auguri.

Questo post è stato pubblicato sul numero natalizio di Unghie & Bellezza del 2013. Ebbene sì, io scrivo su Unghie & Bellezza.
DISCLAIMER: geek alla larga, l’articolo è rivolto a un pubblico di persone normali.

Le feste di fine anno si avvicinano, insieme alla tentazione, alla necessità, all’ossessione di inviare i “nostri più cari e sentiti auguri” ai nostri clienti.

Una prima considerazione: non ce l’ha ordinato il dottore, di spremerci le meningi per trovare un messaggio originale (sempre più originale ogni anno), o anche solo di delegare svogliatamente a qualche collega l’onere di trovare il modo più equo e solidale di inviare il nostro pensiero di vicinanza per l’anno che verrà.

La seconda considerazione: se siamo comunque convinti di volerlo fare, allora con un esorcismo “usciamo da questo corpo”, dimentichiamoci ancora una volta l’aziendalismo e l’aziendalese e buttiamo il nostro cuore sulla slitta: drin drin drin!

Le aziende? Non esistono…

Solo le persone parlano alle persone: il messaggio di un’azienda arriva da un’entità collettiva, ma astratta, che non ha volto né voce. E quando ce l’ha – guarda caso – è quella di una o più persone che dentro l’azienda lavorano.

Ciò non toglie che l’augurio aziendale abbia un suo senso, basta che sia sincero e non si nasconda dietro la pretesa di essere vicini alle persone a cui si rivolge: non posso prendere un aperitivo o giocare a tennis con un’azienda, perché dovrei considerare i suoi auguri?

Sincerità.

Delle due, meglio una comunicazione esplicitamente commerciale: un buono sconto per i nostri “affezionati” clienti. Almeno è un dono tangibile, e si riconduce alla vera natura del rapporto in essere. Chiediamoci “perché sto pensando di inviare auguri a (Tizio, Caio)?”. Sì, la considerazione andrebbe fatta ad personam, perché un augurio è una cosa seria. E, se non lo è, forse vale la pena di chiedersi quale valore abbia.

Dove lavoro, ad esempio, da anni ciascuno scrive ai propri contatti nei toni, con i mezzi e nei modi che crede più opportuni. L’importante è che il messaggio sia personale; in fondo, con ciascuna persona abbiamo rapporti differenti, perché un messaggio teoricamente così profondo dovrebbe essere uguale per tutti?

Di carta o di bit?

Internet ci da la possibilità di inviare messaggi con una facilità addirittura eccessiva. Inviare una e-mail a centinaia di persone richiede lo stesso tempo di inviarlo a un solo destinatario, contrariamente alla compilazione di altrettanti classici cartoncini con alberi illuminati o bambini in coro.

La tentazione di fare click è forte, ma ricordiamoci che il livello di rumore comunicativo in cui già siamo immersi raggiunge l’apice alla fine della stagione, quando si accumulano le scadenze stressanti che preludono alla chiusura delle attività. Facile che in questa tempesta i nostri messaggi possano naufragare, meglio quindi metterli in bottiglia.

Come fare? So che dovrei suggerire di fare un giro per siti come mailchimp.com, o mailup.it, o ancora contactlab.it, provare il loro servizio, innamorarsene e cominciare a inviare in modo efficace e professionale campagne di e-mailing natalizie.

Firmi qui.

Invece vorrei condividere la lezione che ho imparato dall’editore che pubblica questa rivista (Unghie & Bellezza, ndr) (e no, non si tratta di captatio benevolentiae…). Gli auguri che ci arrivarono qualche anno fa da parte di Stefano Trentini erano scritti a mano, in un messaggio che esprimeva un pensiero originale, sincero e realmente positivo nei confronti di chi lo avrebbe ricevuto. Nessuna firma frettolosa su un biglietto che qualcuno aveva concepito e poi stampato, ma un pezzetto di tempo – oggi il bene più prezioso – per condividere tra persone un presente e un futuro.

Indovinate: qual è l’unico biglietto augurale sopravvissuto al riciclo della carta quell’anno?