Post operatorio

Martedì 28 giugno 2011 sono stato operato di ernia del disco. Ecco alcune cose sparse.

Premessa

Non sopporto quelli che scrivono dopo che gli è successo qualcosa che è successo a un sacco di altre persone, ma loro pensano che sia successo solo a loro, per cui si sentono titolati a scriverne.

Il tipico esempio è il cantante a cui nasce un figlio. Lo ha fatto Jovanotti. Lo ha fatto Gianna Nannini. E che, non lo faccio io? Solo perché non ho telefonato a nessuno (vedi il capitolo Comunicazione) e mi sembra bello dire due parole su quello che è successo.

Comunicazione

La comunicazione con il mondo esterno è stata bruscamente interrotta due giorni dopo l’intervento, cioè quando cominciavo a essere nella forma e nell’umore di comunicare.

Senza scendere in particolari organici, ero – come tutti i degenti – dotato di appositi presìdi chiamati in gergo “pappagalli”. Credo che tutti sappiano a cosa servono. I pappagalli, a detta delle infermiere, sono mono uso. Questo significa che dopo una volta vanno gettati nell’immondizia.

Il terzo giorno possedevo gli stessi due esemplari del primo, forse – mi sono detto – sono inseparabili e immortali. La mattina del detto terzo giorno allungo la mano sul piano del mio comodino in cerca del iPhone, che trovo sorprendentemente caldo e umido. Non esattamente le caratteristiche che ti aspetteresti da uno smartphone. Sullo stesso ripiano giacevano inermi gli inseparabili, uno dei quali aveva evidentemente ceduto al suo terzo eroico giorno di servizio.

Una fine ingloriosa per un iPhone, che mi ricorda quella canzone di Elio che diceva “quanti sogni svaniti nella merdas” (con la “s” finale).

Splendido montaggio di pappagallo, liquido giallo e telefono affogato

Splendido montaggio di pappagallo, liquido giallo e telefono affogato

Tattica

Ci vuole una tattica quando entri in un ambiente nuovo.

Io, per l’ospedale, ho scelto quella che ho adottato in principio su Friendfeed, e che nella dottrina democristiana del dopoguerra si chiamava “amico di tutti”. Amico dei medici, a cui mi rivolgo visibilmente conscio del loro livello di impegno e solo in caso di necessità effettiva; amico delle infermiere, con cui dibatto empaticamente dei temi popolari con un sapiente intercalare di locuzioni ricercate, così da avere allo stesso tempo confidenza e rispetto; amico dei degenti, con cui si solidarizza in modo naturale per voglia o per necessità.

Durante il colloquio con l’anestesista, per farla sentire a suo agio, ho anche fatto una battuta delle mie. Non ha riso di gusto, forse non l’ha capita.

Realtà

Quando sei in ospedale, la realtà aumentata che vivevi fino a un giorno prima frena bruscamente.

Già, ad esempio, rallenta di parecchio quando vai a una riunione scolastica o condominiale. Ma all’ospedale il flusso del tempo imbocca un binario che di solito non esiste nelle tratte quotidiane, come il binario 9 e tre quarti da cui parte l’espresso per Hogwarts.

E quando alla fine ti parlano di dimissioni – e tu ne sei felice – capisci che sei proprio in una realtà parallela.

Statistica

Prima di operarti, il medico ti fa firmare una liberatoria che scagiona il sistema sanitario da tutto, a partire dal mal di testa che potresti accusare nel post operatorio, fino alla dannazione della tua anima. È una specie di bugiardino in cui ti viene detto che in una certa percentuale di casi è successa una cosa tremenda a chi ha fatto il tuo stesso intervento.

Ovviamente tu sei lì perché hai bisogno di esserci, e non puoi fare altro che firmare quel foglio. L’unico modo per farlo a cuor leggero è richiamare la tua fede nella Statistica. “Non sarò io tra quelli”. Questa volta non ero tra quelli, ma tra altri.

Cosa mi è successo? Un incubo, se ci penso. Entro in sala anestesia, una cella frigorifera al quattordicesimo piano dell’ospedale, con persone mascherate simpatiche e scanzonate che ti vogliono fare capire che per loro sei routine. Don’t worry giovane. Entra l’ago in vena, comincia a girarmi la testa, chiudo gli occhi. Mi dico: bene, statisticamente ci vediamo dopo.

Sorpresa. Dopo un tempo che non so quantificare, prendo coscienza.

Sento tutto, medici e infermieri che mi stanno intubando e spostando sul tavolo operatorio. Fortunatamente nessuno faceva commenti sul mio apparato genitale. Cerco di dirgli di fermarsi, che sono perfettamente sveglio, ma non un muscolo si muove. Non la bocca. Non un dito. Mostruoso.

In quel momento ho pensato che avrei ascoltato tutto, sentito tutto, avvertito tutto, e che sarei impazzito. Poi invece mi sono addormentato.

Ieri ho parlato con una anestesista, e a proposito di statistica mi diceva che il 99,9 periodico dei casi non contempla un avvenimento del genere. E che io facevo parte dell’altro zerovirgolazerozero. C’é rimedio, sapendolo prima. È che lo sai solo “dopo”.

Vatti a fidare della statistica.

Chiosa

Ho raccontato questa cosa tremendissima a mia moglie. Mi ha detto, mangiando un broccolo: anche a me è successo le ultime due volte in cui mi sono operata, pensavo che fosse una cosa normale.

Project management

Ho fatto un sogno la notte prima dell’intervento: l’ospedale Maggiore usava Basecamp per gestire gli interventi chirurgici. C’era una serie di to-do list tipo Ricovero, Preparazione, Esami preliminari ecc. Poi ce n’era una chiamata “intervento” con la sequenza Anestesia, Tubo, Disinfezione, Bisturi, Sonda ecc.

E sognavo che il to-do Anestesia era stato spuntato erroneamente dalla signora delle pulizie, quella che mi ha annegato l’iPhone. E poi immaginavo il team meeting successivo in cui l’equipe discuteva su come fosse importante assegnare correttamente i to-do, spuntarli puntualmente, segnalare eventuali assegnazioni errate.

La madonna

Un anno prima dell’intervento, quando feci vedere gli esiti della risonanza magnetica al primo chirurgo che mi visitò, disse “lei ha un ernia di dimensioni mostruose”, pronunciando mostruose in corsivo.

Però, mi disse, visto che lei non sta strisciando per terra io aspetterei di vedere se passa da sola. Sembrava che fosse passata da sola, poi nove mesi dopo tac, rieccoci. Rifaccio la risonanza, e vado dal secondo chirurgo, affermato professionista compassato che non pare uscire mai dai binari delle formalità.

Quando ha visto l’esito, ha detto “e la madonna”.

Se voleva sottacermi qualcosa, non me l’ha sottaceto.